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Abbazia di Casamari

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Abbazia di Casamari Abbazia di Casamari

Nel territorio del comune di Veroli, a 9 km dal centro, sulla via Maria, - raggiungibile facilmente anche dall'autostrada Frosinone-Sora - sorge l'abbazia di Casamari. Essa fu edificata sulle rovine dell'antico municipio romano denominato Cereatae, perchè dedicato alla dea Cerere. Il nome Casamari è di origine latina e significa "Casa di Mario", patria del console romano Caio Mario, celebre condottiero, nemico di Silla.

xInfo Visita: http://www.casamari.it

L'Abbazia di Casamari, ubicata nell'omonima contrada del territorio di Veroli, in provincia di Frosinone, è un importante centro storico, culturale e spirituale del Lazio. E' possibile ammirare questo secolare monumento, percorrendo la via Mària, strada provinciale che collega Frosinone a Sora.

Probabilmente tra i nomi "Casamari" e "Via Mària" si è già notata una certa assonanza: ciò è dovuto alla loro comune etimologia, che si riconduce al nome di Caio Mario ( II-I sec. a.C.), insigne personaggio della storia di Roma, sette volte console e avversario di Silla nella guerra civile dell'88 a C. La fama che assunse questo personaggio nel mondo romano fece sì che il luogo dove nacque e visse i primi anni della sua vita fosse connotato dal suo nome: infatti Casamari (Casa Marii) significa etimologicamente "casa di Mario".

Precedentemente, le fonti storiche indicavano questo luogo con il nome di "Cereatae": Plutarco, nelle Vite, riporta che "[Mario] trascorreva il tempo nel villaggio di Cereate, nel territorio di Arpino..."; Strabone, geografo greco, nomina il villaggio di Cereate nella descrizione del territorio adiacente al fiume Liri; infine Frontino, storico latino del I secolo d.C., riferisce che "...la famiglia di Caio Mario risiedeva nel municipio di Cereate..."

In base a queste testimonianze e a numerosi ritrovamenti archeologici, possiamo affermare con certezza che l'abbazia di Casamari sorge nell'antico municipio romano.

Durante i secoli di decadenza dell'impero, Cereate subì la progressiva crisi economica, conseguente alla decadenza della civiltà di Roma e alle invasioni barbariche.

Le testimonianze riguardo a Cereate riaffiorano a partire dal secolo XI, da documenti che attestano la presenza di una comunità di monaci benedettini nel luogo chiamato Casamari.

medioevo

La fondazione del monastero è descritta nella "Cronaca del Cartario", documento del XIII secolo, che presenta tuttavia qualche punto poco chiaro. Il Chartarium Casamariense, redatto sul finire del '400 dal monaco di Casamari Gian Giacomo de Uvis, per incarico dell'abate commendatario Giuliano della Rovere, è il punto di riferimento fondamentale per la ricostruzione storica dei primordi del monastero di Casamari. Nonostante alcuni dubbi che ancora riguardano la datazione delle origini dell'abbazia, questo documento ci fornisce preziose informazioni.

Secondo il Cartario, nell'anno 1005 alcuni ecclesiastici di Veroli, decisi a riunirsi in un cenobio, scelsero Casamari e riutilizzarono, come era in uso allora, materiale prelevato dai ruderi di un tempio di Marte lì ubicato, per costruire una chiesa in onore dei Santi Giovanni e Paolo. Quattro di essi, sacerdoti, si recarono nel vicino monastero di Sora e ricevettero l'abito religioso dall'abate, il venerabile Giovanni: erano Benedetto, Giovanni, Orso e Azo.

La maggiore parte degli storici che si sono occupati dell'argomento (il De Persiis, il Longoria, il Giraud e molti altri) contestano la data del 1005 e, primo fra tutti il Baronio, stabiliscono la data della erezione dell'abbazia al 1036.

L'abbazia acquistò in seguito, grande importanza grazie a numerose donazioni. Ma subì successivamente, una grave crisi a carattere sia economico, che religioso: a carattere economico per il venir meno dell'economia curtense con l'avvento dell'economia commerciale (che ebbe come conseguenza un prolungato stato di ingovernabilità con frequenti dimissioni di abati); a carattere religioso per il generale disorientamento successivo alla riforma gregoriana.

Nell'arco di tempo tra il 1140 ed il 1152 ai monaci "neri", benedettini (così chiamati dal colore della loro tonaca), si sostituirono i monaci "bianchi", cistercensi.

La Cronaca del Cartario riporta: "... nel 1143 i monaci neri erano diventati tanto indisciplinati, disonesti e dimentichi della salvezza della loro anima, che Eugenio III [...] trovò il monastero di Casamari dai sopraddetti monaci neri ridotto all'indisciplina, dilapidato nelle sostanze e fatiscente nei fabbricati e cominciò allora a prenderne cura e vi introdusse i monaci dell'ordine cistercense nell'anno 1152 [...]".

I monaci cistercensi trovarono subito consenso per la austerità per il rigore e per la semplicità della loro vita.

Tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII fu iniziata la costruzione del nuovo monastero. Nel 1203, fu benedetta da Innocenzo III la prima pietra della chiesa, costruita secondo i canoni dello stile gotico-cistercense: ancora oggi il chiostro, la sala del capitolo, il refettorio, il dormitorio e tutti gli altri elementi che compongono l'abbazia destano la viva ammirazione del visitatore.

A cominciare dal XII secolo l'abbazia di Casamari non solo acquistò possedimenti nelle zone limitrofe, ma intraprese anche nuove fondazioni monastiche, soprattutto nel meridione d'Italia. A questo momento di prosperità seguì dalla metà del 400 un periodo di decadenza così come avvenne per altre abbazie. Causa di questo fenomeno fu la "Commenda", estesa a Casamari da Martino V ne1 1430, a favore del cardinale Prospero Colonna, suo nipote.

Vita monastica - lo spirito di Casamari

La spiritualità della comunità monastica di Casamari e delle altre comunità della Congregazione è vissuta, nel solco della tradizione cistercense, con forte accentuazione comunitaria, realizzata in comunione di ideali, di vita e di beni all'interno della clausura dei monasteri, sotto la responsabilità dell'abate.

In un'atmosfera ovattata di silenzio e di raccoglimento la giornata è articolata, in modo armonico, in tre momenti complementari e convergenti in modo da assicurare ai monaci un reale nutrimento alle acque che zampillano per la vita eterna ed un sano equilibrio psico-fisico: l'opus Dei, lalectio divina, il labor manuum.

Con la professione dei voti solenni di ubbidienza, di povertà e di castità il monaco si impegna, in una risonanza personale, ad incarnare in se la figura tipica della sposa in seno alla sua comunità che diviene, seppure ancora pellegrina e penitente, la famiglia di Dio, esemplificazione e testimonianza dell'avvento del regno. Il monaco è colui che veramente cerca Dio, che entra nel monastero alla scuola del servizio del Signore come alla scuola dell'amore, dove, nell'esercizio delle virtù e della fede, il cuore si dilata e la via dei divini precetti viene percorsa nell'indicibile soavità dell 'amore.

La vita di preghiera si snoda attorno alla messa conventuale, perno e momento vivificante della giornata, celebrata con una liturgia particolarmente solenne, accompagnata dal canto gregoriano. Altri momenti forti della preghiera comunitaria sono la celebrazione delle Lodi e dei Vespri, all'aurora e al tramonto, simbolicamente vissuti come l'inizio e la fine della vita. Nella tradizione antica, ha rivestito sempre un'importanza e un significato pregnante la prolungata e impegnativa ufficiatura notturna, la preghiera delle vigilie (della veglia) considerata come il tempo della ricerca ansiosa e dell'attesa fiduciosa. La famiglia monastica chiude la preghiera comunitaria, alla fine della giornata, con il canto della Salve Regina che san Bernardo, secondo la tradizione cistercense, ha raccolto dalla bocca stessa degli angeli e, con sicurezza filiale, si abbandona tra le braccia della madre del cielo, durante le ore del grande silenzio.

La ricerca di Dio è sostenuta dal confronto continuo, personale e vitale, con la parola di Dio, la lectio divina: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". San Benedetto prescrive questo nutrimento dello spirito non sol- tanto durante i pasti nel refettorio, ma anche prima del riposo notturno, inserendola in qualche modo nella Compieta. Egli prevede inoltre altri momenti della giornata dedicati alla lettura personale, soprattutto nel tempo di Quaresima.

I monaci benedettini, con il lavoro di trascrizione, hanno reso alla civiltà cristiana un grande servizio, trasmettendo soprattutto con il cuore la parola di Dio: nello scriptorium il monaco infatti si accingeva alla trascrizione dei testi sacri con la stessa devozione con cui un monaco russo si accinge a dipingere un'icona sacra. La lectio divina comporta non una lettura informativa, leggera e superficiale, ma un'assimilazione progressiva per giungere alla compunzione, alla sapienza del cuore. Nel capitolo XLIII della Regola, san Benedetto fissa ad orari ben definiti, in una fluida interazione tra lectio divina e labor manuum, il tempo della giornata in cui i monaci non sono impegnati nella preghiera corale comunitaria:"L'ozio è nemico dell'anima; e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi del lavoro manuale, e in altre ore, anch 'esse ben fissate, nello studio delle cose divine ". Ne risulta, nel ritmo della vita quotidiana, una compenetrazione, un fluire e rifluire tra opus Dei, lectio divina e labor manuum, ben armonizzati tra loro e finalizzati tutti alla ricerca di Dio.

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